[an error occurred while processing this directive]

07.09.2006

Il flauto magico di Branagh, un inno alla pace universale

Tamino è un giovane e bel soldato che si batte in trincea, Papageno un commilitone che alleva uccellini anti gas tossici e Sarastro, che rivela la sua natura benevola nonostante gli anatemi della Regina della Notte, è un benefattore che dà ricovero nel suo palazzo agli sfollati e ai feriti. Il flauto magico di Kenneth Branagh – un kolossal dal 27 milioni di dollari acquistato per l’Italia da 01 Distribution – prende la strada della requisitoria pacifista senza dimenticare la dimensione fantastica (con momenti quasi alla Harry Potter). Fate volanti e angeli che si materializzano in una nube di fuligine o Papageno che rincorre una enorme bocca volante non stemperano il dramma del primo conflitto di massa della storia occidentale, la guerra del ’15-18, una ferita che ancora sanguina, specie nella cultura britannica, alimentata da romanzi, poemi e anche da opere musicali, su tutte il War Requiem di Benjamin Britten. Ma il cineasta scespiriano per eccellenza, quello di Enrico V e Molto rumore per nulla, confessa candidamente di non essere affatto un melomane. “Non conoscevo Il flauto magico prima che la Fondazione Peter Moores mi contattasse per questo progetto, in seguito l’ho ascoltato mille volte e ho visto tutte le edizioni in dvd, che ho trovato spesso statiche. Ma più lo ascoltavo, più mi convincevo che la musica di Mozart poteva essere interpretata come uno straordinario inno alla pace, che questa era la dimensione giusta e non, per esempio, quella del culto massonico a cui Mozart faceva riferimento”.

Così il film, che la Mostra ha selezionato fuori concorso, vuol essere un invito all’ascolto di questa favola esoterica composta nel 1791 su libretto tedesco di Emanuel Schikaneder. Ed ecco spiegato perché gli autori hanno optato per una versione inglese, peraltro pregevole, dello scrittore Stephen Fry. Forse farà storcere il naso a qualche mozartiano di ferro, ma l’intenzione è di rendere accessibile a tutti l’intricata vicenda e i suoi sviluppi spesso misteriosi. Come spiega Peter Moores, che ricorda come anche la splendida edizione di Ingmar Bergman fosse cantata in svedese: “Mi interessava che il film arrivasse proprio a chi non ha mai messo piede in un teatro dell’opera, non volevo dissacrare ma diffondere il più possibile”. Il che spiega anche le perplessità che hanno accolto all’inizio la proposta di Marco Müller di un gala al Teatro La Fenice di Venezia, tra l’altro coevo dell’opera. “Abbiamo esitato – spiega il produttore Pierre-Olivier Bardet – perché ci sembrava un paradosso, riportare un film che era nato proprio per uscire dai teatri, in un tempio della lirica, ma poi abbiamo pensato che così qualche spettatore di cinema scoprirà un mondo tanto diverso”. È d’accordo Amy Carson, una Pamina appena ventitreenne e molto affascinante, al suo primo impegno da protagonista, che confessa di essersi entusiasmata a Shakespeare proprio guardando l’Amleto di Branagh quando era ancora a all’università. Gli altri cantanti, che hanno registrato qualche mese prima delle riprese sono Joseph Kaiser (Tamino), Benjamin Jay Davis (Papageno), Lyubov Petrova (la Regina della Notte), René Pape (un notevolissimo Sarastro); mentre la direzione musicale è affidata a James Conlon, impegnato in questi giorni con la Los Angeles Philharmonic.