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19.05.2005

Wenders e Gitai, road movie d'autore

Va dove ti porta il road movie. Alla ricerca del tempo perduto, come Don't come knocking di Wim Wenders, ennesimo film sulla scoperta della paternità oppure verso un futuro (im)possibile dove il dialogo tra israeliani e palestinesi non sia più un affare di Stato ma un affare di donne, come in Free Zone di Amos Gitai. Nella penultima giornata del concorso, scendono in campo due contendenti forti, due viaggiatori incalliti.

Gitai, israeliano, ha lavorato con soldi francesi, italiani, inglesi; fa un cinema sperimentale, ama i documentari, usa attori di professione ma scava nel loro cuore e nella loro storia privata. Come accade con il trio di magnifiche interpreti che sono l'anima di Free Zone: Natalie Portman, l'americana nata a Gerusalemme che aspira a ritrovare le sue radici; Hanna Laslo, originaria di Jaffa, che in Israele è una scoppiettante star del cabaret; Hiam Abbass da Nazareth, che vive e lavora a Parigi ma si sente palestinese fin nelle ossa. Dopo un lungo viaggio finiscono nella "free zone" che dà il titolo al film, un porto franco in Giordania dove confluiscono da tutti i paesi confinanti, Irak compreso, venditori e acquirenti di macchine usate.

"Il commercio è un ottimo esempio di cooperazione internazionale su basi concrete", dice Gitai. Che non esita a proporre Free Zone come una provocazione politica: "Vista la pessima riuscita di politici e militari, forse sarebbe il caso di dare il potere alle donne".

Il suo film, il primo girato da un israeliano in Giordania, si apre su un lungo piano sequenza (7 minuti circa) di Natalie Portman che piange sullo sfondo del Muro del Pianto e si chiude sul battibecco tra l'israeliana e la palestinese bloccate dentro un taxi alla frontiera. Un brandello di commedia ma anche "un primo inizio di comunicazione reale" sulle note di quella filastrocca ebraica che si canta a Passover e che Angelo Branduardi tradusse anni fa in italiano "Alla fiera dell'Est".

Dai paesaggi assolati di una guerra interminabile al West di Wim Wenders, che torna a vent'anni dalla Palma d'oro per Paris, Texas a lavorare con l'amico Sam Shepard. Anche allora avrebbe voluto lo scrittore dalla faccia di corteccia come protagonista, ma non riuscì a spuntarla. Stavolta ce l'ha fatta e l'ha convinto anche a prendere l'aereo. Forse perché Don't come knocking è un film speciale, per loro due, un film sull'invecchiare, sulla solitudine e l'abbandono ma anche un apologo sull'amore filiale. Jessica Lange, Tim Roth, Sarah Polley, Fairuza Balk recitano per Wenders.

Ma è Shepard a prendersi la scena: vecchio attore specializzato in western, dai trascorsi turbolenti e alcolici, che improvvisamente sparisce dal set, si sbarazza di carte di credito e cellulare, si mette in viaggio per colmare un buco nero che gli trapassa l'anima.
Ritrova sua madre (Eva Marie Saint) e scopre di avere un figlio mai conosciuto a Butte, nel Montana, dove vent'anni prima girò un film. "Capisce di aver perso l'amore della sua vita, di aver rinunciato alla gioia di veder crescere un figlio.

È qualcosa di irreparabile, una tragedia, eppure credo che questo sia il mio film più leggero, il più ironico", dice Wenders.

 


 

 


 
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